Griselda «tanto obediente e tanto servente»

L’ultima novella del 𝘋𝘦𝘤𝘢𝘮𝘦𝘳𝘰𝘯, la centesima, rapisce e spiazza con la figura di Griselda. È Panfilo a stabilire il tema, invitando la brigata a raccontare storie esemplari di liberalità e magnificenza, specchio di un animo nobilmente disinteressato.

Boccaccio fa raccontare al narratore, Dioneo, una storia al limite del verosimile, dove la protagonista sopporta ogni sopraffazione con fermezza d’animo e straordinaria pazienza, dicendo sempre di sì.

Ma andiamo con ordine.

Griselda è una guardiana di pecore che il marchese di Saluzzo, Gualtieri, prende in moglie. Il nobile feudatario, che «𝘥𝘪 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦𝘳 𝘮𝘰𝘨𝘭𝘪𝘦 𝘯𝘦 𝘥’𝘢𝘷𝘦𝘳 𝘧𝘪𝘨𝘭𝘪𝘶𝘰𝘭𝘪 𝘢𝘭𝘤𝘶𝘯 𝘱𝘦𝘯𝘴𝘪𝘦𝘳𝘰 𝘢𝘷𝘦𝘢», cede al grande passo per convenienza e per compiacere amici e vassalli: occorrono eredi per perpetuare la stirpe.

La scelta ricade sulla bella e 𝘱𝘰𝘷𝘦𝘳𝘢 𝘨𝘪𝘰𝘷𝘪𝘯𝘦𝘵𝘵𝘢 che, il giorno delle nozze, Gualtieri fa spogliare pubblicamente dei suoi abiti e rivestire di nuovi fatti per lei, mentre sul capo le fa posare una corona.

In breve Griselda conquista tutti. È così 𝘢𝘷𝘷𝘦𝘯𝘦𝘷𝘰𝘭𝘦, 𝘱𝘪𝘢𝘤𝘦𝘷𝘰𝘭𝘦 𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘵𝘶𝘮𝘢𝘵𝘢 che non sembra figlia di un guardiano di pecore ma pare di nobili natali. E, soprattutto, è «𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘰𝘣𝘦𝘥𝘪𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘭 𝘮𝘢𝘳𝘪𝘵𝘰 𝘦 𝘵𝘢𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘦𝘳𝘷𝘦𝘯𝘵𝘦».

Dal giorno delle nozze comincia per Griselda un’esistenza sofferta, fatta di «𝘤𝘰𝘴𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘰𝘭𝘭𝘦𝘳𝘢𝘣𝘪𝘭𝘪»: inganni e vessazioni cui Gualtieri la sottopone volontariamente per testarne la sopportazione e la docilità.

Prima le sottrae i figli facendole credere di volerli uccidere, inviandoli invece a Bologna dopo saranno allevati di nascosto. In seguito la ripudia in malo modo, sostenendo di aver avuto dispensa dal papa per sposare una donna di lignaggio pari al suo. E come se non fosse già abbastanza, la reintroduce in casa da serva con il compito di ricevere e onorare la nuova sposa.

Una via crucis, quella di Griselda, perpetrata per tredici anni dal marito con freddo calcolo, cinismo e simulazione. Eppure la donna in tutto questo non fa una piega: rispetta docile e impassibile le decisioni del consorte (che continua ad amare), senza pretese, lamenti, recriminazioni, benché siano «𝘵𝘶𝘵𝘵𝘦 𝘤𝘰𝘭𝘵𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘢𝘭 𝘤𝘶𝘰𝘳». Ignora il rancore, coltiva la pazienza.

Nel corso dei festeggiamenti per il nuovo matrimonio, emerge la messinscena. La promessa sposa dodicenne in realtà è la figlia, che è stata fatta rientrare a casa con il fratello. Griselda può così riabbracciare i figli e riacquistare lo status di moglie e madre, visto che a questo punto Gualtieri si dichiara soddisfatto e felice di averla come moglie:

e io sono il tuo marito, il quale sopra ogni cosa t’amo, credendomi poter dar vanto che niuno altro sia che, sì com’io, si possa di sua moglier contentare.

Griselda è modello di umiltà, incarna la devozione coniugale assoluta. La novella è stata spesso interpretata come una lezione sulla pazienza, sulla devozione e sulla fede in un rapporto coniugale. In realtà, però, non è ancora chiaro quale messaggio importante Boccaccio volesse consegnare ai lettori a conclusione del 𝘋𝘦𝘤𝘢𝘮𝘦𝘳𝘰𝘯. I critici ancora oggi non sono d’accordo fra loro sull’interpretazione certa da dare. La Griselda appare quindi come una sorta di enigma che, da Petrarca in poi, tutti hanno tentato di decodificare senza giungere a una proposta realmente convincente.

Scostandoci da ogni pretesa di critica o lettura sul personaggio, noi concludiamo con una personale riflessione che attraversa il tempo:

𝘲𝘶𝘢𝘯𝘵𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘦 𝘥𝘰𝘯𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘱𝘳𝘦, 𝘱𝘦𝘳 𝘢𝘮𝘰𝘳𝘦, 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘱𝘳𝘰𝘯𝘵𝘦 𝘢 𝘧𝘢𝘳𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘭𝘶𝘯𝘲𝘶𝘦 𝘤𝘰𝘴𝘢, 𝘮𝘢 𝘥𝘪𝘮𝘦𝘯𝘵𝘪𝘤𝘢𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘢𝘮𝘢𝘳𝘦 𝘶𝘯 𝘱𝘰’ 𝘢𝘯𝘤𝘩𝘦 𝘴𝘦 𝘴𝘵𝘦𝘴𝘴𝘦?

La sorgente delle Muse
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Immagine: Griselda, dipinto di Marguerite Godin (1894)

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