Maria, la capinera di Giovanni Verga

Tutto il mio essere è pieno di quell’uomo: la mia testa, il mio cuore, il mio sangue. L’ho dinanzi agli occhi in questo momento che ti scrivo, nei sogni, nella preghiera. Non posso pensare ad altro; mi pare che ad ogni istante il suo nome mi venga sulle labbra, che ogni parola che proferisco si trasformi nel nome di lui; allorché lo ascolto son felice; quando mi guarda tremo; vorrei stargli vicina ad ogni momento e lo fuggo; vorrei morire per lui.

A Maria le gioie più semplici sono state precluse: da quando ha sette anni, rimasta orfana di madre, viene rinchiusa per volere della nuova famiglia in un convento a Catania.
La protagonista del romanzo epistolare Storia di una capinera è una ragazza che Giovanni Verga paragona a una capinera chiusa in gabbia: sola, indifesa, abbandonata, isolata da un mondo di cui vorrebbe disperatamente far parte.
Questo mondo Maria lo vive per un fugace periodo solo all’età di 19 anni: a causa di un’epidemia di colera che imperversa in città, nel 1854 si trasferisce per qualche mese nella casetta del padre a Monte Ilice. Qui comincia un lungo scambio epistolare con l’amica Marianna, anche lei educanda del convento.

La ragazza assapora così emozioni nuove e uno straordinario senso di libertà, si meraviglia della bellezza della natura e delle relazioni e, soprattutto, scopre l’amore per un ragazzo di nome Nino.
In quest’atmosfera solare e gioiosa, l’unica ombra è il timore di dover tornare presto alla vita di clausura e, per la prima volta, Maria vede con lucidità la violenza che esercita su di lei la sua famiglia.

Quando le porte del convento si chiudono di nuovo, pensieri angoscianti e ossessivi la sovrastano e non si placano affatto quando, il 6 aprile 1856, Maria prende i voti. Alla cerimonia assistono tutti i familiari, compreso un pallido Nino (diventato nel frattempo marito di Giuditta, sorellastra di Maria) che la guarda «cogli occhi spalancati».

Immersa in un silenzio assordante, combattuta tra l’amore e il dovere, la ragazza cerca di reprimere i sentimenti, ma questi la tormentano, accrescono il senso di colpa e destabilizzano l’equilibrio della sua psiche sempre più fragile.
Racconta così a Marianna della presenza in convento di una suora pazza, Agata, che da quindici anni è rinchiusa nella «cella dei matti», e della macabra tradizione secondo la quale questa cella non deve mai restare vuota.
Poiché i suoi momenti di delirio sono ormai più frequenti di quelli di quiete apparente, Maria teme di essere la prossima. C’è solo una via d’uscita. Ma è possibile?

Maria: Si può impazzire d’amore? Si può morire d’amore? 
Agata: Tanto, tanto amore. Tanta, tanta luce.

(Dialogo dal film “Storia di una capinera” di Franco Zeffirelli)

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