
Egitto, Valle dei Re. Hatshepsut riposa di un sonno eterno. Quasi 3500 anni fa fu la donna più potente dell’antico Egitto.
Nella lunga storia della civiltà dei faraoni, almeno quattro regine rivestirono la carica di faraone, come reggenti o in mancanza di un erede maschio al trono alla fine di una dinastia.
Eccezionale fu il caso di Hatshepsut (XVIII dinastia): figlia di Thutmosi I e sorellastra e moglie di Thutmosi II, alla morte di questi assunse la reggenza (1479-1473 a.C. circa) per il figliastro Thutmosi III, troppo giovane per governare.
Fra il secondo e il settimo anno di regno del giovane faraone, Hatshepsut, avvalendosi dell’istituto della coreggenza che prevedeva per il sovrano in carica la possibilità di associare al trono un erede designato, si fece incoronare, volgendo quindi al femminile la titolatura riservata al re e assumendone gli attributi tradizionale, come la barba posticcia.
Divenuta a tutti gli effetti faraone, legittimò la sua posizione rivendicando una nascita divina e facendo scolpire iscrizioni in cui si affermava che era stata designata erede dal padre.
Con ambizione, coraggio e intelligenza, dal 1473 al 1458 a.C. Hatshepsut esercitò di fatto da sola il potere, dedicandosi, più che a promuovere imprese militari, a consolidare la politica interna e a restaurare e costruire edifici religiosi. Memorabile fu la spedizione verso il “paese di Punt” (forse il Corno d’Africa) alla ricerca di prodotti esotici, descritta nei rilievi del tempio funerario della sovrana a Deir el-Bahari, di fronte a Tebe.
Sulla fine di Hatshepsut, il cui corpo riposa nella Valle dei Re, non si hanno certezze. Thutmosi III, negli ultimi anni del suo lungo regno (1458-1425 a.C.), ne fece cancellare l’immagine e il nome dai monumenti, non tanto per odio nei confronti della matrigna, quanto per riportare nella tradizione la figura del faraone, rimuovendo anche il ricordo di una donna salita al trono.
(Da: Figlie e madri mogli e concubine. La condizione femminile nel mondo antico)
La sorgente delle Muse
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Immagine: Gustav Klimt, Isis, Ancient Egypt, 1891 (part.)
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