Tacita Muta, dea del Silenzio

Tacita Muta era una divinità romana. Più precisamente, una divinità dei morti, una dea infera onorata il ventun febbraio, la cui tragica storia è racconta da Ovidio.

Tacita, leggiamo nei Fasti, era stata una ninfa: una Naiade, figlia del fiume Almone. E il suo nome, allora, era Lara (o anche Lala, o Larunda). Un nome, chiaramente derivante dal verbo λαλέω: in greco, “parlare”.

Prima di essere celebrata con il nome di Tacita, dunque, Lara parlava, come tutte le ninfe. Ma, ahimè, parlava troppo. E soprattutto parlava a sproposito. Un giorno, infatti, ebbe la pessima idea di svelare alla sorella Giuturna l’amore che Giove nutriva per lei, rendendo vani i tentativi di seduzione del dio. E Giove, per punirla, in una sorte di atroce contrappasso, le strappò la lingua.

Ma le disavventure della ninfa inopportunamente loquace non finiscono qui. Dopo averla ridotta per sempre al silenzio, Giove la affidò a Mercurio, perché la conducesse nel Regno dei morti: e il dio, durante il viaggio, la violentò. Tacita, così, concepì e partorì due gemelli, i Lari compitales, le divinità che vegliavano sui confini e proteggevano la città. E, in questa veste, veniva onorata anche con il nome di Acca, la mater Larum.

Ma veniamo alla festa in suo onore: ogni anno Tacita veniva celebrata, come dea del Silenzio, con un rito durante il quale, con tre dita, si collocavano tre grani di incenso sotto la soglia, in un buco di topo; si legavano dei fili incantati a un fuso, tenendo in bocca sette fave; si cospargeva di pece una testa di menola (un piccolo pesce, animale muto per eccellenza). E quindi la si arrostiva, la si spruzzava di vino, e si beveva il vino rimasto. Un rito propiziatorio, volto a ottenere la protezione di Tacita e chiudere la bocca alle maldicenze.

Una divinità importante insomma, questa Tacita, dea del Silenzio. Per noi, una divinità dalla storia particolarmente significativa. La storia di una donna leggera, incauta, irriflessiva, che aveva fatto cattivo uso di una qualità di cui i romani, quando veniva usata nel modo giusto, andavano particolarmente fieri: la parola.

Ma Tacita questa parola l’aveva imperdonabilmente usata a sproposito, parlando quando non doveva parlare, rivelando segreti che non avrebbe dovuto rivelare. E non a caso: Lara non aveva fatto cattivo uso della parola per una leggerezza individuale, per un difetto del suo carattere. Se così fosse stato, la sua storia non avrebbe l’importanza che ha. In tal caso, sarebbe stata solo la storia di una donna e non, come invece è, quella, esemplare nell’intenzione dei romani, di tutte le donne.

Lara, insomma, usò la parola a sproposito perché era una donna: inevitabilmente, vale a dire, per una caratteristica e un difetto tipicamente femminili.

Per i romani infatti, così come per i greci, la parola non rientrava tra gli strumenti di cui le donne sapevano fare buon uso, non apparteneva al genere femminile, non era di sua competenza.

“Alla donna il silenzio reca grazia” aveva scritto Sofocle. E i romani condividevano questa opinione: tacere non era solo una virtù, era un dovere delle donne, determinato dalla necessità di evitare che, usata da loro, la parola diventasse, nella migliore delle ipotesi, chiacchiera inutile e, nella peggiore, causa di spiacevoli equivoci e di inutili danni.

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Immagine: Giorgio Kienerk, Il Silenzio, 1900

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