
Il segreto antico di una bellezza senza tempo? L’infuso di oro liquido!
Così sostenevano i seguaci di una farmacopea negromantica diffusa nel XVI secolo. Motivo per cui, persuasi da certi medici, alchimisti, stregoni, ciarlatani, alcuni membri della nobiltà presero l’abitudine di consumare questo elisir al fine di conservare l’eterna giovinezza.
Tra questi, Diana di Poitiers, la donna che fu cortigiana e amante principale del re di Francia Enrico II.
Diana era nota per la sua straordinaria bellezza, che pareva immutabile. Di vent’anni più anziana del sovrano, fu a lungo un’autorità dal punto di vista artistico e politico, ed esercitò su Enrico una profonda influenza per tutta la durata del regno.
La sua avvenenza era celebrata dai pittori. In particolare, il suo seno si riteneva che fosse il più bello dell’epoca; la tradizione vuole che su di esso sia stata modellata la coppa per la corretta degustazione dello champagne.
Ma facciamo un passo indietro.
Chi era Diana?
Figlia di Giovanni di Poitiers conte di Saint-Vallier, nacque il 9 gennaio 1500 nella Drôme. All’età di 15 anni, sposò il nobile Luigi di Brézé, di 39 anni più vecchio di lei, e dall’unione nacquero due figlie, Francesca e Luisa.
Rimasta vedova nel 1533, dopo poco si insediò a corte come amante del re: lei aveva 35 anni e lui era appena adolescente.
Sebbene non fosse la legittima moglie di Enrico (che era Caterina de’ Medici), la favorita era tenuta in gran conto dal sovrano come sua consigliera, al punto che le affidò la corrispondenza in entrata e in uscita, spesso scritta sotto dettatura dalla stessa Diana e firmata con entrambi i loro nomi.
Malgrado la gelosia di Caterina, soprattutto quando Enrico donò all’amante i gioielli della Corona e il castello di Chenonceau, il potere di Diana perdurò fino alla morte del re, nel 1559.
A quel punto, la cortigiana fu allontanata e si ritirò a vita privata al Castello di Anet. Nel 1565 subì una caduta da cui non si riprese più, morendo l’anno seguente.
Secoli dopo, durante la rivoluzione francese, la sua tomba fu dissacrata e il suo cadavere gettato in una fossa comune; solo pochi anni fa si è proceduto a una seconda sepoltura nella tomba originale.
In questa occasione, dalle analisi biologiche effettuate sui resti della donna, si è giunti a risultati sconcertanti: nei tessuti si sono individuate tracce di esorbitanti dosi d’oro, altamente tossiche per l’organismo.
Diana (che nelle lettere lamentava continui malesseri), forse terrorizzata dall’idea di veder svanire, accanto alla bellezza, l’interesse del re e i propri privilegi, era morta per restare per sempre giovane: avvelenandosi giorno dopo giorno.
La sua celebre pelle di porcellana, tanto invidiata dalle contemporanee, che stupiva sempre di più con il passare del tempo, era quindi segno di un’intossicazione di quell’oro liquido, da bere, “potabile”: tanto lenta quanto devastante e letale.
La sorgente delle Muse
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Immagine: Diana de Poitiers come allegoria della Pace, dipinto di artista anonimo della Scuola di Fontainebleau, XVI secolo
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