

Di pochi artisti conosciamo la vicenda umana e creativa come nel caso di Rosalba Carriera.
La sua biografia si ricostruisce grazie ai suoi diari e al copioso carteggio che la pittrice veneziana, nata nel 1673, intrattenne per anni con numerosi corrispondenti, sia concittadini sia “foresti”.
Rosalba iniziò a conservare le sue lettere dall’anno 1700, quando con la famiglia si trasferì in una casa spaziosa a San Vio sul Canal Grande, dove poi trascorse tutto il resto della vita.
Il trasferimento corrispose probabilmente a un nuovo benessere familiare per l’affermazione professionale della giovane artista (era infatti lei ad assumersi la spesa dell’affitto), benché capofamiglia restasse la madre, Alba Foresti, donna intelligente, di semplici origini.
Quella di Rosalba era una famiglia tutta “al femminile”, dove avevano un ruolo anche le due sorelle minori: la prediletta Giovanna, anche lei pittrice e letterata, e la vivace Angela, che presto si sposò. Figura di secondo piano fu invece il padre Andrea, quasi sempre assente da Venezia per il suo impiego con funzioni di cancelliere, onest’uomo un po’ scialbo, apprensivo, timoroso e bigotto, che presto uscì di scena (morì nel 1719).
Le ragazze Carriera avevano ricevuto un’educazione al di sopra di quella usualmente riservata alle donne delle classi medie veneziane: oltre al latino, all’epoca quasi per tutti la lingua della prima alfabetizzazione, avevano studiato il francese, ancora poco diffuso nella Venezia del tardo Seicento.
Rosalba iniziò la carriera dipingendo miniature su avorio, destinate a decorare le tabacchiere e i cofanetti per i gioielli. Intorno al 1703 apparvero anche i suoi primi lavori a pastello, tecnica che la rese famosa in tutta Europa. Nel 1705 fu accettata a membro della prestigiosa Accademia romana di San Luca.
Il suo successo come pittrice fu precoce e internazionale. Già ai primi del Settecento posare nella casa-atelier Carriera rappresentava quasi un obbligo di società. Inoltre, non c’era straniero di rango, inglese, francese o tedesco che, di passaggio a Venezia, non ambisse a farsi ritrarre da Rosalba o non acquistasse qualche sua miniatura.
Evento centrale della vita di Rosalba fu il viaggio a Parigi del 1720, favorito dai contatti che intratteneva con alcuni influenti personaggi della cultura francese.
Qui, come donna artista, divenne oggetto di curiosità e attrazione. Presto possedere un proprio ritratto di sua mano (miniature, ma soprattutto ritratti a pastello) divenne a Parigi una vera e propria moda, cui l’aristocrazia e l’ambiente di corte non potevano sottrarsi.
La pittrice si consacrò totalmente all’arte, scegliendo volontariamente un programma di vita che escludeva gli uomini dall’atelier (composto da sole donne a partire da Giovanna) e dalla vita privata.
Così si rivolgeva in un biglietto a uno spasimante: «Il mio impiego, che troppo m’occupa ed un naturale assai freddo, m’han sempre tenuto lontana dagli amori e pensieri di matrimonio. Farei ben ridere il mondo, s’hora, ch’ho già passata la gioventù, entrassi in questi».
Quando dipingeva, Rosalba sapeva cogliere la personalità e lo stato d’animo di chi aveva di fronte, trasferendo ciò che vedeva nella pittura. L’attenzione ai fiori, ai gioielli, alle stoffe pregiate non la distraeva mai dall’interiorità dell’individuo, che emergeva anche nel volto più acconciato o atteggiato.
La stessa volontà di introspezione si avverte negli autoritratti. Oltre ai personaggi del “gran mondo”, colleghi e amici, Rosalba infatti raffigurò se stessa più volte nell’arco della vita.
Lo fece senza idealizzarsi: si dipinse come sapeva di essere, non come avrebbe voluto. Nel corso degli anni, registrò l’implacabile opera del tempo, le trasformazioni che questo produsse sulla sua fisionomia e sul suo carattere.
Gli autoritratti rivelano quindi il suo sviluppo psicologico: dalla giovinezza e gioia del primo autoritratto (conservato agli Uffizi), in cui Rosalba si rappresenta mentre dipinge la sorella, fino all’ultimo Autoritratto con corona d’alloro (Gallerie dell’Accademia di Venezia), dove si ritrae con volto invecchiato e impassibile, triste e duro. Il sorriso è svanito; lo sguardo, che di lì a poco si sarebbe spento, evita quello dell’osservatore e guarda verso un punto imprecisato.
Sofferente da tempo di cataratta, Rosalba subì nel 1746 un aggravarsi della malattia, fino a diventare completamente cieca qualche anno dopo. La sua attività finì così forzatamente anni prima della morte, che avvenne nella sua casa di San Vio il 15 aprile 1757.
La sorgente delle Muse
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Rosalba Carriera, Autoritratto con la sorella Giovanna (1715)
Rosalba Carriera, Autoritratto con corona d’alloro (c. 1746)
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