Medea: una riscrittura di Christa Wolf

Medea non è una fattucchiera. E tanto meno un’infanticida. Questo, in sintesi, il senso del romanzo di Christa Wolf dedicato alla protagonista del Mito.

La storia di Medea è nota soprattutto come ci è stata tramandata da Euripide. Un intreccio di amore, gelosia e tradimento: innamoratasi follemente dell’argonauta Giasone, ingannando il padre e il fratello, Medea aiuta l’eroe a riconquistare il vello d’oro e lascia la Colchide per fuggire con lui a Corinto. Qui, abbandonata dal marito che medita di sposare Glauce per ottenere il trono di Creonte, Medea incendia la città, provoca la morte della rivale e uccide infine i propri figli avuti da Giasone.

Ripercorrendo a ritroso i sentieri del mito fino alle fonti prima di Euripide, la scrittrice rintraccia una Medea diversa e ne riscrive la storia. La rilettura della Wolf nasce da un presupposto: Medea non poteva essere un’infanticida perché una donna proveniente da una cultura matriarcale non avrebbe mai ucciso i suoi figli.

Non assassina dei figli, dunque, e neppure più incarnazione dell’irrazionalità, dello spirito di vendetta e dell’istinto ferino; al contrario, una donna forte, saggia e generosa, depositaria di un remoto sapere del corpo e della mente.
Una donna travagliata sì dall’amore, ma ancor più dall’incapacità degli abitanti di Corinto di integrare una cultura come la sua, per natura non incline alla violenza.

Mi dissi, io sono Medea, la maga, se è questo che volete. La selvaggia, la straniera. Non mi vedrete umiliata.

Fiera e ardente, trasgressiva nel riso e nelle scure chiome sciolte, la barbara della Colchide è imprigionata in una terra a lei straniera e, abbandonata da Giasone, deve vivere isolata in mezzo a una società intollerante, che la esclude perché la percepisce come diversa.
Tutti a Corinto temono le sue doti magiche, e per questo la identificano come untrice di ogni disgrazia, additandola come capro espiatorio, emarginandola e annientandola negli affetti.
Fino al tragico epilogo.

È così. È andata a finire così. Curano che io possa essere chiamata infanticida anche presso i posteri. Per i quali cosa sarà mai tutto questo, in confronto all’orrore che gli si mostrerà quando si guarderanno indietro. Perché non c’è modo di correggerci.

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Immagine: Anselm Feuerbach, Medea all’urna (1873)

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