Isotta tra seduzione e innocenza

«Isotta non è la moglie di Tristano. Eppure, essa è sua eguale, contro tutte le convenienze, tutte le prescrizioni, ogni morale sociale».
(Georges Duby)

Quella di Tristano e Isotta è la più celebre storia d’amore del Medioevo.
Tristano, nipote di re Marco di Cornovaglia, vive alla corte dello zio compiendo grandi imprese. Un giorno parte alla ricerca della fanciulla a cui appartiene il capello biondo lasciato cadere da una rondine: lo zio la vuole in sposa. Tristano approda in Irlanda, uccide un drago e ottiene per il re la mano di Isotta la Bionda. Durante il viaggio in mare, mentre accompagna Isotta verso il futuro marito, per errore beve insieme a lei un filtro d’amore. Da allora in poi una passione fatale legherà i due amanti…

Ispirata a racconti dei popoli celtici, la leggenda trovò forse una prima elaborazione scritta alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora d’Aquitania subito dopo la metà del XII secolo.
Ma se in un primo tempo l’attenzione dei poeti verteva soprattutto sulla figura eroica di Tristano, gradualmente si spostò sempre di più sul personaggio di Isotta.

Ma chi è Isotta?
Al pubblico delle corti anglonormanne rappresentava una figura esemplare della femminilità: Isotta è una dama, ma non solo: è una regina. Figlia di un re, erede di un regno, padre e madre l’hanno concessa in sposa a un altro re. Nel fiore della giovinezza, siede sul trono accanto al marito in quel luogo centrale della corte principesca, verso il quale convergono tutti gli sguardi, tutte le dedizioni, tutti i desideri.

Isotta è bella. Il suo viso splende di luce: luminosità dello sguardo, fulgore dei capelli d’oro, freschezza dell’incarnato. Quanto al corpo, i poemi ne celebrano l’eleganza ma, pudichi, non ne descrivono mai minuziosamente le grazie. Quando la regina sfila in parata tra i cavalieri per la gioia della corte, il suo corpo lascia indovinare soltanto la flessuosità sotto gli splendidi ornamenti, che, nascondendo le forme, ne esaltano ulteriormente la potenza della seduzione.

Isotta è adultera. Re Marco non è l’unico a trarre piacere dal suo corpo. Lei mostra ai cavalieri un’immagine adatta a sedurli, quella della perfetta compagna del gioco d’amore. Pronta a infiammarsi, lasciandosi volentieri condurre sotto la “cortina”, al riparo delle tende del letto, teme ovviamente la collera del marito, trema, ma la sua propensione per il piacere ha la meglio. Sfidando il pericolo, eludendo le insidie, discreta, si sottrae agli sguardi malevoli.

Stando così le cose, c’è da dire che il personaggio di Isotta non era certo simpatica agli ascoltatori del XII secolo quanto lo è oggi per noi. In lei era incarnato il pericolo che veniva dalle donne, di cui tutte le figlie di Eva, inevitabilmente, erano portatrici: la parte maledetta della femminilità. Per gli amici di Enrico Plantageneto la donna era anche questo: la fragilità, un’incontenibile tendenza ad abbandonarsi al piacere.

Eppure, gli uomini che ascoltavano la storia desideravano tutti Isotta. In certi momenti ne erano indignati, in altri avevano pietà di questa ragazza che, portata al di là dei mari per essere condotta nel letto di un uomo sconosciuto, è un’infelice, in lotta contro se stessa, lacerata, straziata tra due forze antagoniste di uguale potenza: il desiderio e la legge.

Già, perché dopo aver bevuto il filtro magico, Isotta e Tristano sono di fatto prigionieri di un amore, che il poeta si guarda bene dal definire gioioso. Quando, dopo tre anni, l’effetto del filtro svanisce, è infatti per gli amanti un conforto. “Liberati” dall’amore folle, possono finalmente respirare.
È a quel punto che il legame si trasforma: non è più ricerca di godimento dei sensi ma diventa desiderio sublimato, trasferito nell’unione indissolubile di due cuori.

Quando riescono a dominare le forze oscure del desiderio, dunque, Tristano e isotta cessano di essere prigionieri.
E cessano anche di essere innocenti, ma diventano pienamente responsabili: vivono consapevolmente il proprio amore, contro tutto, fino alla morte.
Quell’amore che non può essere felice, perché è impossibile.

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Immagine:  Isotta, dipinto di Edmund Blair Leighton (1902)

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